ESTRATTO DALLA TESI DI LAUREA IN STORIA di
Iandola Francesco
L'anemia che viene dal mare©
Per ogni informazione, le note e i riferimenti bibliografici contattate la Fondazione De Marchi che vi metterà in contatto con l'autore. Tutti i diritti appartengono a Francesco Iandola
La talassemia dall'alba della civiltà occidentale a oggi
1. Rapporto talassemia-malaria
La talassemia, malattia ereditaria, oggi ampiamente diffusa in una vasta parte del Mondo, colpisce in alcune zone oltre il 20% della popolazione. Questo dato, unito alla gravità della malattia e alla previsione di una sua ulteriore diffusione nel Mondo, rendono la talassemia un problema di estrema attualità.
L'attualità di questa malattia non significa però che la talassemia sia di recente origine.
Malgrado la sua identificazione risalga solo ai primi anni del nostro secolo, questa malattia è compagna dell'uomo da almeno 10.000 anni.
Questo vuol dire che la dove sorsero le più fiorenti civiltà del passato, quasi sempre, vi era la talassemia.
Da allora la malattia, attraverso fasi di maggiore e minore diffusione, giunse fino a noi, tramandataci da quelle civiltà al pari della loro cultura, e insieme al loro patrimonio genetico.
Allo stesso modo della cultura occidentale, anche la talassemia nacque, con gran probilità, sulle coste del Mediterraneo, da qui, col passare dei secoli e grazie alle migrazioni e agli scambi fra diverse popolazioni, è giunta ai giorni nostri a interessare più di 200 milioni di persone sparse in quasi tutto il Mondo.
Volendo ora ricostruire le vicende della nascita e della diffusione della talassemia nel tempo e nello spazio, è importante prendere in esame la stretta relazione che esiste tra questa malattia e la malaria, altra grande malattia del passato, ancora oggi presente in vaste zone della Terra.
In breve, il rapporto che lega queste due malattie così diverse, la talassemia malattia genetica e la malaria malattia infettiva, deriva dal fatto che il soggetto talassemico, sia esso omozigote o eterozigote, risulta molto più difficilmente contagiabile dalla malaria rispetto ad un soggetto normale.
La talassemia, pur essendo causata da un difetto genetico che in condizioni ambientali normali risulta svantaggioso e sarebbe quindi eliminato dalla selezione genetica, ha rappresentato invece, in un ambiente colpito dalla malaria, un notevole vantaggio e ha potuto in tal modo diffondersi largamente.
In pratica una coppia di genitori portatori sani di talassemia, perdeva mediamente un figlio ogni quattro in quanto talassemico omozigote; questo significava che, specie in tempi in cui la mortalità infantile era già molto alta per altre svariate cause, per questi genitori era più difficile rispetto a soggetti normali avere dei discendenti e quindi trasmettere il propio difetto genetico.
Tale difetto si sarebbe perciò estinto nel giro di poche generazioni dalla sua comparsa. Al contrario, in un ambiente duramente colpito dalla malaria, il difetto talassemico si traduceva in un grosso vantaggio: se infatti la coppia di genitori portatori di talassemia da una parte continuava a perdere un quarto dei propri figli per la talassemia, dall'altra parte i rimanenti tre quarti risultavano protetti dalla malaria; malattia che di sicuro portava via alle coppie di genitori sani ben più di un quarto dei figli. In pratica, attraverso la mutazione genetica responsabile della talassemia, è come se il nostro corredo genetico avesse scelto di sacrificare qualche individuo malato per poter offrire, in ambiente malarico, più possibilità di sopravvivenza agli altri.
Per tale motivo in ambiente malarico le coppie di talassemici eterozigoti avevano maggiori probabilità delle coppie sane di avere una discendenza e perciò l'anomalia genetica poté ampiamente diffondersi proprio nelle zone malariche.
Si può quindi dire che condizione necessaria affinché la talassemia potesse diffondersi era dunque la presenza della malaria. Ciò in virtù del fatto che la vasta diffusione della talassemia può essere giustificata solo dalla presenza della malaria, non essendo infatti stati fino ad ora identificati altri vantaggi che spiegherebbero una sua sopravvivenza ed essendo escluso che i soggetti eterozigoti possano aver un indice di fertilità più alto degli individui sani.
Perciò nel cercare le linee di diffusione della talassemia si deve sempre tener presente che queste vanno cercate solo in tempi e luoghi in cui vi è testimoniata la presenza della malaria.
Sicuramente nel corso della plurimillenaria storia dell'uomo vi saranno stati svariati casi di mutazione genetica che hanno causato l'insorgere in qualche soggetto della talassemia, ma qualora tale mutazione fosse avvenuta in ambiente non malarico la talassemia quale mutazione nefasta non avrebbe potuto diffondersi nella popolazione e sarebbe scomparsa nel corso di qualche generazione.
Invece, nel caso in cui la mutazione talassemica fosse avvenuta in un individuo appartenente ad una popolazione afflitta dalla malaria, la frequenza della talassemia sarebbe cresciuta fino a raggiungere un valore di equilibrio tra il guadagno degli eterozigoti, che rimangono immuni dalla malaria e la perdita degli omozigoti, che non arrivano a riprodursi.
Nel caso poi la malaria, nel corso della storia, fosse stata eradicata dal territorio, la talassemia non sarebbe più stata di alcun vantaggio e sarebbe iniziata un'inversione di tendenza che porterebbe ad una progressiva, se pur lenta, riduzione della frequenza dei soggetti talassemici.
Questa lenta inversione di tendenza, è stato calcolato da Luzzato, Terrenato e Rossi-Mori, porta ad una totale scomparsa del gene malato solo dopo circa 100 generazioni.
A testimoniare la relazione fra la talassemia e la malaria è infine sufficiente confrontare una mappa della diffusione della talassemia nel Mondo con una mappa della distribuzione della malaria fino al secolo scorso; ciò permette di poter immediatamente constatare come le zone di diffusione delle due malattie siano perfettamente sovrapponibili.
2. La malaria
Se dunque la presenza della malaria è una condizione necessaria alla diffusione della talassemia è doveroso vedere brevemente cos'è questa malattia e cercare poi di determinare il periodo in cui essa si è diffusa.
La malaria, malattia infettiva e parassitaria, è provocata da protozoi del genere Plasmodium. Tali protozoi possono essere di quattro differenti tipi: Plasmodium vivax, Plasmodium falciparum, Plasmodium malariae, Plasmodium ovale.
Questi protozoi hanno un ciclo di sviluppo diviso diviso in due fasi: fase sessuata e fase asessuata.
La prima fase si svolge all'interno della zanzara Anopheles, la quale si era precedentemente infettata pungendo un soggetto malato. La seconda fase avviene invece all'interno dell'organismo che è stato infettato tramite la puntura della zanzara. La fase asessuata si svolge in parte all'interno dei globuli rossi e in parte all'esterno di essi.
I ciclici episodi febbrili, sintomo della malattia, sono causati dalla distruzione dei globuli rossi da parte del plasmodio che si accresce a spese di detto globulo e da origine ad un numero di piccoli parassiti variabile da 6 a 32 che determinano la rottura della cellula: tale fenomeno è detto lisi.
La lisi avviene ciclicamente e contemporaneamente in tutte le cellule infettate, provocando le crisi febbrili.
La ciclicità dei fenomeni febbrili varia a seconda del tipo di plasmodio che ha infettato l'organismo.
Il Plasmodium vivax provoca un attacco febbrile ogni 48 ed è responsabile della terzana benigna.
Il Plasmodium ovale causa anchesso attacchi febbrili ogni 48 ore ed è il responsabile di una variante della terzana benigna.
Il Plasmodium malariae provoca invece un attacco febbrile ogni 72 ore, rendendosi causa della quartana.
Il Plasmodium falciparum ha invece intervalli, fra un attacco febbrile ed il seguente, più irregolari, che possono essere calcolati in genere attorno alle 48 ore, ed è l'agente causale della terzana maligna.
Gli attacchi febbrili provocati dalla malaria, causano intensi brividi e aumenti della temperatura fino a 40° C, risolvendosi dopo qualche ora. Il ripetersi di questi cicli finisce col causare danni al fegato e alla milza, provocandone un aumento di volume che viene chiamato epatosplenomegalia. Nei casi più gravi, la malaria può provocare complicanze cardiache, renali e cerebrali che possono portare alla morte del soggetto infettato.
3. Le origini della malaria
La malaria è una malattia antichissima, da sempre legata alla storia dell'uomo le cui origini vanno perciò cercate in quei lontani tempi che videro muovere i primi passi dei nostri progenitori.
Secondo degli studi pubblicati da Garnham nel 1966, circa 60 milioni di anni fa quando, nel Eocene, dopo la scomparsa dei dinosauri si andarono affermando i mammiferi e con essi iniziavano a svilupparsi quei primati da cui un giorno sarebbe disceso l'uomo, fecero la loro comparsa sulla Terra parassiti portatori della forma quartana della malaria.
Milioni di anni dopo, durante il Pliocene o al più tardi all'inizio del Pleistocene, quando cioè circa un milione di anni fa i primi antenati dell'uomo iniziavano a differenziarsi dalle scimmie, si sviluppò l'attuale sotto-gene della malaria noto con il nome di Laverania.
Determinato quando la malaria si sviluppò bisogna ora vedere dove ciò avvenne. Ora non va dimenticato che se la malaria ha seguito l'evoluzione dell'uomo perchè ne ha bisogno per potersi riprodurre è anche vero che essa non può fare a meno della zanzara Anopheles che ne è il vettore.
Secondo studi condotti da Bruce-Chwatt nel 1965 fu l'Etiopia il luogo originario di sviluppo della malaria. Ciò grazie proprio al fatto che in questa regione, grazie al clima temperato, la diffusione della specie umana fu preceduta da quella dell'insetto vettore. Il primo fossile rinvenuto di un insetto alato risale al Giurassico, lontano da noi 150 milioni di anni; in seguito la deriva dei continenti disperse le prime Anopheles, di cui in verità non sono stati trovati fossili, le quali ebbero quindi modo e tempo di svilupparsi in vari gruppi geneticamente diversi fra di loro.
A questa teoria che da all'Etiopia la palma del sito originale di diffusione della malaria si oppose Coatney che insieme ad altri autori ritiene che la malattia ebbe origine nel Sud-Est asiatico nel Pleistocene inferiore, un periodo che va da 1 milione a 500 mila anni fa e che vide l'inizio della diffusione della specie umana in Asia.
Sembra in ogni caso accertato che fu l'Africa il luogo in cui si sviluppò il Plasmodium falciparum mentre in Asia si svilupparono il Plasmodium malariae e il Plasmodium vivax.
In ogni caso, per più di un milione di anni e durante tutto il Paleolitico e il Mesolitico, la malaria rimase un fenomeno circoscritto e di relativa importanza nella vita dei nostri antenati.
La vera rivoluzione avvenne con il Neolitico, cioè quando, circa 10.000 anni fa, la definitiva ritirata dei ghiacci portò mutamenti tanto profondi quanto rapidi nell'uomo, il quale passò da un'economia basata sulla caccia ad un'economia agricola che gli permise di organizzarsi in nuclei sedentari. Le nuove abitudini di vita e il conseguente aumento demografico permisero una notevole diffusione della malaria.
Secondo studi condotti da Livingston nel 1958 le prime popolazioni che dovettero fare le spese con il forte incremento della malaria furono quelle Bantu quando nell'età del ferro introdussero la coltivazione.
La grande diffusione che la malaria conobbe nel Neolitico fu anche dovuta al fatto che i cambiamenti climatici costrinsero l'uomo, in molte regioni della terra, ad abbandonare luoghi diventati inospitali a causa della desertificazione, favorendo nuovi insediamenti in zone temperate e fertili che si erano venute a formare a settentrione.
La malaria si stabilì perciò, sempre insieme all'uomo, in Mesopotamia, in India, nel Sud della Cina, nella Valle del Nilo e da qui si irradiò sulle coste del Mediterraneo. Da questi luoghi nuove migrazioni portarono la malaria nella gran parte dell'Africa dell'Asia e dell'Europa.
Nell'antico Egitto, dove sono state trovate tracce di una civiltà agricola risalenti fino al 5.000 a.C., la malaria era sicuramente molto comune nel sud della Valle del Nilo, una zona che dava accesso a gran parte dell'Africa Tropicale. Era invece sicuramente meno diffusa nella parte più settentrionale dell'Egitto. In questa zona sono state trovate tracce della malattia in alcune mummie in cui è stata riscontrata una splenomegalia probabilmente causata dalla malaria; esiste poi un papiro risalente al 1570 a.C. in cui si fa menzione di febbri e di splenomegalia.
In antichi documenti egizi esistono poi varie descrizioni di rimedi curativi per varie malattie fra cui potrebbe esserci la malaria, sono inoltre stati trovati vari amuleti e talismani utili come magici rimedi contro le febbri.
A testimoniare che in Egitto la malaria non era molto diffusa esistono due descrizioni, la prima di Erodoto, risalente al V secolo a.C., la seconda di Diodoro, risalente al secolo successivo, che sono concordi nel dichiarare che in quel paese gli abitanti godevano di una buona salute. Erodoto ci dice però che in alcuni luoghi dell'Egitto le zanzare erano così numerose che gli abitanti erano costretti a fare uso di reti da pesca per proteggersi dalle punture di tali insetti. Sembrerebbe quindi spettare agli egiziani il primato nell'invenzione delle zanzariere, strumento di prevenzione che in Italia venne introdotto sistematicamente solo all'inizio del nostro secolo.
La Mesopotamia, patria di tante civiltà fra cui quella sumera, quella assira e quella babilonese fu uno dei primi luoghi della terra a conoscere lo sviluppo di una fiorente civiltà agricola.
Grazie alla sua fertile posizione fra i fiumi Tigri ed Eufrate, in questa regione sorsero fin dalla preistoria popolose città, la prima fra queste fu Eridu che già nel 4.000 a.C. poteva contare diverse migliaia di anime. A questa città si aggiunsero poi Uruk, Ur, Lagash, Nippur, Mari e Brak.
Tutti questi nomi stanno a dimostrare come in questa regioni vi fosse fin dall'antichità un'alta densità di popolazione per lo più urbanizzata. Questo dato unito alle particolari condizioni geografiche garantite dalla posizione della regione fra due grandi fiumi fa ritenere che la Mesopotamia fosse una delle aree più malariche dell'antichità.
A riprova di ciò sono state trovate 800 tavolette di argilla con caratteri cuneiformi databili 2.000 a.C. che recano notizie di febbri mortali intermittenti.
In più gli archeologi hanno rinvenuto presso la città di Susa, oggetti votivi contro le zanzare, fra questi un sigillo cilindrico col simbolo di una mosca, simbolo che rappresenta il Nergal, il dio babilonese della malattia e della morte.
Così come nel caso delle zanzariere egiziane si potrebbe quindi dedurre che i medici babilonesi abbiano sopravanzato di migliaia di anni i nostri scienziati nell'intuire che la malattia era trasmessa non tanto dalla mala-aria quanto da insetti volanti.
Per quel che concerne l'Europa, di sicuro, il rigido clima glaciale del Pleistocene non vi favorì certo la diffusione della malaria, basti pensare che la fauna e la flora che si potevano allora trovare nell'Europa del Sud corrispondono a quelle che oggi vivono nei paesi più nordici del nostro continente.
Il clima permetteva allora che nelle regioni più meridionali e solo nella stagione estiva potessero svilupparsi il Plasmodium malariae e il Plasmodium vivax mentre rendeva impossibile la vita del Plasmodium falciparum. Inoltre se la fauna dell'Europa meridionale era quella dell'attuale Europa settentrionale e logico pensare che anche le Anopheles allora presenti corrispondessero a quelle che oggi si trovano nel nord del nostro continente e che mancassero quindi le specie più pericolose per la trasmissione della malaria che rimanevano confinate nel Nord Africa e in Asia.
Per diffondersi in Europa la malaria dovette quindi aspettare almeno fino a 10.000 anni fa quando, con la fine del Pleistocene iniziarono a ritirarsi i ghiacci e a mitigarsi il clima.
Rispetto però a quanto era avveniva nel Nord Africa e nel Vicino Oriente in Europa si dovette probabilmente aspettare ancora fino al quarto millennio a.C. perchè, con l'arrivo di popolazioni dall'Asia Minore e dal Mediterraneo orientale, iniziasse a diffondersi l'agricoltura.
L'agricoltura portò anche in Europa condizioni di vita più sedentarie e un aumento della popolazione, condizioni che garantirono la definitiva diffusione della malaria in Europa.
4. L'iperostosi porotica.
Una volta chiarito dove e quando vanno cercate le tracce lasciate dalla talassemia nel corso della storia dell'uomo, cioè in luoghi e in tempi colpiti dalla malaria, va ora spiegato quale è il mezzo più importante e più adatto per identificare la presenza della talassemia fin dalle epoche più remote.
Tale mezzo consiste nel cercare tracce di iperostosi porotica negli scheletri umani ritrovati in antichi luoghi di sepoltura, ricostruendo perciò, a seconda della presenza o meno di tale difetto osseo, tipico della talassemia, un primo e più antico quadro della diffusione della talassemia nel mondo.
Attraverso un esame visivo e radiologico dei resti umani arrivati a noi dai tempi più remoti, è infatti possibile scoprire, su alcuni scheletri di bambini così come di adulti, mutamenti ossei molto somiglianti a quelli che oggi sappiamo essere causati dalla talassemia.
Tali mutamenti, che nel talassemico provocano la comparsa della tipica facies talassemica, sono stati chiamati dagli antropologi porotic hyperostosis, o in italiano iperostosi porotica.
Queste mutazioni ossee che nella talassemia vengono provocate da una iperattività del midollo osseo, sono caratterizzate da zone porotiche accompagnate a zone di esuberanza ossea disposte in modo bilaterale e simmetrico sulla volta cranica.
Le lesioni possono riguardare in primo luogo le ossa parietali e frontali del cranio ma possono colpire anche le ossa temporali, l'occipitale, lo sfenoide e anche le ossa lunghe degli arti e del tronco.
Le zone ossee colpite da questa alterazione presentano una superficie rugosa, forata da cavità sottili e si presentano a volte ricoperti da una leggera schiuma ossea.
La prima volta che questa mutazione ossea venne descritta fu nel 1885 ad opera di Herman Welker il quale analizzò crani di origine peruviana, giavanese, etrusca, e africana.
Welker ne attribuì la causa ad un'anomalia ereditaria dovuta all'eccessivo sviluppo dei vasi sanguigni e la chiamò cripta orbitalia, si era ancora quindi lontani da ipotizzare che la causa potesse essere la talassemia ma non poteva essere altrimenti pensando che dovevano passare ancora quaranta anni prima che Cooley facesse la prima diagnosi di tale malattia.
Nel 1913 J. Saint-Pèrier spiegò le lesioni scheletriche scoperte nello scheletro di un bambino, rinvenuto in una necropoli gallo-romana del VI secolo vicino a Parigi, attribuendone la causa alla sifilide. Diagnosi che è risultata in seguito essere assolutamente sbagliata.
Nel 1914 Ales Hrdlicka studiò la porosità cranica degli Indiani precolombiani del Perù concludendo che, quella da lui definita osteoporosis symmetrica, trattavasi di una lesione tipica dell'infanzia ad esito spesso fatale. Ci si stava dunque avvicinando alla verità, queste lesioni erano infatti presenti solo negli scheletri dei bambini e non in quelli adulti, questo poiché una malattia infantile ereditaria come la talassemia, se non trattata, porta a morte in giovane età.
Nel 1929 Herbert U. Williams studiando scheletri di bambini dell'Utah e dell'Arizona, si avvicinò ulteriormente a capire la relazione che intercorreva fra l'iperostosi e la talassemia. Williams ritenne infatti che la causa delle lesioni allo scheletro era da attribuirsi a una iperplasia funzionale del midollo osseo che poteva essere messa in relazione con le lesioni ossee descritte in quegli anni in bambini anemici.
Sempre nel 1929 S. Moore condusse studi sugli antichi Maia intuendo anch'egli la presenza di similitudini fra le lesioni da lui trovate e quelle descritte in soggetti colpiti da un'anemia ereditaria.
Nel 1930 A. E. Hooton conducendo ricerche nella regione messicana dello Yucatan rimase colpito dalla frequenza di questo male nelle popolazioni locali.
Nello stesso anno Lèon Pales, analizzando frammenti ossei infantili risalenti al Neolitico dedusse che le mutazioni da cui erano stati colpiti non erano causate da sifilide come precedentemente era stato diagnosticato ma da osteoporosi.
Prima di capire che la causa dell'iperostosi porotica potesse essere la talassemia furono dunque prese in considerazione una gran quantità di ipotetiche cause, alcune delle quali ancora oggi plausibili altre del tutto fantasiose.
Fra le cause che furono in passato prese in considerazione ricordiamo il rachitismo, la sifilide, le deformazioni artificiali del cranio provocate esercitando delle pressioni sulle ossa dei neonati a fini estetici o rituali, le deformazioni provocate dall'abitudine al trasporto dell'acqua in anfore poste sopra la testa, le carenze di origine nutritiva.
Grazie alle attuali conoscenze si possono oggi escludere la sifilide e le alterazioni meccaniche fra le cause delle alterazioni ossee. Sappiamo però che la talassemia non può essere considerata la causa unica di queste deformazioni.
A provocare l'iperostosi porotica potrebbe infatti essere stata una carenza alimentare, in primo luogo la carenza di vitamina D e di oligoelementi quali il ferro. In particolare la carenza di vitamina D nell'infanzia è causa di rachitismo, malattia che, alterando la struttura ossea, può provocare danni allo scheletro simili a quelli causati dalla talassemia. Anche un abuso nel consumo del mais, come avveniva in alcune popolazioni del passato può portare a mutazioni simili. La stessa cosa può valere nel caso di favismo, malattia provocata da una alimentazione prevalentemente a base di fave.
Anche la malnutrizione della madre o un parto prematuro sono fattori che possono favorire alterazioni ossee.
Altre anemie ereditarie, se pur alquanto rare, possono ugualmente provocare alterazioni ossee simili a quelle causate dalla talassemia. Fra queste vanno ricordate la sferocitosi, l'ellissocitosi, la drepanocitosi e la emoglobinopatia C.
In considerazione del fatto che l'iperostosi porotica non può essere attribuibile solo alla talassemia ma che può essere provocata anche da altri fattori non è sufficiente limitarsi a una analisi radiologica dei reperti ossei trovati ma, per poter affermare con certezza che si tratta di talassemia occorre prendere in considerazione anche altri elementi.
Si deve cioè cercare di ricostruire quale poteva essere il livello socio economico della civiltà a cui apparteneva il ritrovamento, si deve analizzare quale potesse essere l'alimentazione, quali i riti e le abitudini, quali le assenze e le presenze di determinate malattie da parassiti, prima fra tutte naturalmente la malaria.
La frequenza di determinate lesioni sugli scheletri di una stessa necropoli è un altro elemento di diagnosi, anche se può, contemporaneamente trarre in inganno: la presenza di lesioni simili, ascrivibili tutte allo stesso tipo di patologia, potrebbe indicare anche una malattia ad andamento epidemico che ha colpito la popolazione infantile in un dato momento. Sopra ad una certa frequenza negli scheletri lesionati non è più possibile, infatti, pensare ad una malattia ereditaria. Al contrario è anche vero che malattia sporadiche non possono lasciare tracce al di là di una certa percentuale. Nel caso si tratti di talassemia la frequenza fra forme gravi di l'iperostosi porotica e forme più lievi deve corrispondere alla frequenza che usualmente si registra tra le forme di talassemia omozigote ed eterozigote.
In ogni caso non essendo l'iperostosi porotica una lesione tipicamente attribuibile alla sola talassemia non è possibile avere la certezza che tale mutazione ossea sia stata causata propio dalla malattia qui in esame. Questo specie nel caso in cui il reperto osseo sia appartenuto a culture a noi ancora poco note, quali ad esempio quelle che popolavano l'America precolombiana.
Ancora una volta però la scienza sembra andare in aiuto dei paleontologi, infatti, nel 1985, un gruppo di ricercatori italiani composto da Ascenzi, Brunori, Citro, Zito sono riusciti a trovare, attraverso un metodo immunologico, la presenza di emoglobina in ossa umane risalenti anche a 4.500 anni fa. Quando il metodo sarà messo a punto fornirà una prova inconfutabile per dimostrare la presenza o meno della talassemia nel soggetto a cui le ossa sono appartenute.
5. Le ricerche di J. L. Angel.
John Lawrence Angel, l'antropologo inglese, nato a Londra nel 1915, fu probabilmente il ricercatore che fece più studi sull'iperostosi porotica. Le sue ricerche, iniziate nel 1937 durante gli scavi archeologici all'Agorà di Atene, lo hanno portato ad analizzare più di 2.300 reperti ossei appartenenti a un'epoca che spazia dal paleolitico all'età moderna e portati alla luce nella zona del Mediterraneo orientale.
Già prima di Angel era stato ipotizzato che l'iperostosi porotica potesse essere stata causata dalla talassemia.
I primi furono Williams (1929) e Vogt (1930), i quali suggerirono l'ipotesi che le mutazioni ossee trovate nelle popolazioni dell'America pre-colombiana potessero essere state causate dal morbo di Cooley, come allora veniva chiamata la talassemia.
In seguito Chini e Valeri (1949) e Neel (1951) cercarono a loro volta di dimostrare che la talassemia era la causa dell'iperostosi porotica.
Fu però Angel, grazie al gran numero di casi da lui descritti a dimostrare una volta per tutte che la talassemia doveva essere la causa dell'iperostosi porotica.
Angel prima ricordò come l'iperattività del midollo osseo causata dall'ipertrofia dei globuli rossi causa dei mutamenti nello sviluppo delle ossa, fatto che pone naturalmente la talassemia fra le possibili cause dell'iperostosi porotica. In seguito ritenne di poter affermare che nei casi in cui si analizzino reperti appartenuti a bambini o infanti che recano gravi alterazioni ossee ci si trovi di fronti a soggetti omozigoti, mentre al contrario qualora il reperto fosse appartenuto a un soggetto adulto e fosse più lievemente colpito dall'iperostosi porotica si deve ricercarne la causa nella forma eterozigote della talassemia.
Quale verifica alla sua teoria fece poi uno studio comparato atto a dimostrare che la presenza dell'iperostosi è sempre accompagnata nello stesso luogo e nello stesso periodo dalla presenza della malaria.
Prima di passare a descrivere i dati raccolti da Angel bisogna ricordare che l'antropologo inglese ebbe anche il merito di dare il nome definitivo alle mutazioni ossee da lui studiate. Dal 1914 veniva infatti usata la definizione coniata da Hrdlicka di osteoporosis symmetrica e fu solo nel 1966 che tale denominazione fu cambiata, appunto da Angel, in Porotic hiperostosis.
Ecco qui di seguito la sua descrizione dell'iperostosi come apparve in uno scritto del 1966.
In ten skulls which have medium to pronunced porotic hyperostosis, the parietal boss area averages 12 mm in thickness; this is about 4 o 5 mm thicker than the normal bone. Since the inner and outer layers of compact bone make up only about one-quarter of the thikness of the skull vault, the diploic thickening must reflect a red cell production by the hyperostotic bone almost double that of normal diploe.
...Porotic hyperostosis of the skulls of young cand older infants often extend to sphenoid and zigomatic bones and sometimes affects the long bones.
Poche righe più avanti, dopo aver ricordato le precedenti definizioni, Angel dichiara di ritenere la sua maggiormente descrittiva: "The name porotic hyperostosis seems to me sligthly more descriptive than theirs".
Si è precedentemente detto che Angel esaminò più di 2.300 reperti ossei, per la precisione essi furono 2.334 e vennero studiati tra il 1937 e il 1977. Le ricerche di Angel, che si concentrarono nel Mediterraneo orientale, furono condotte in varie necropoli in Turchia, in Grecia, in Marocco, a Cipro.
Il sito più antico che venne studiato da Angel si trova a Taforalt in Marocco è appartiene ad un periodo compreso tra la fine del Paleolitico e il Mesolitico, cioè risale a circa 11.000 anni a.C..
Presso questo sito Angel individuò un'alta mortalità infantile a cui però fece riscontro un solo caso di iperostosi porotica per giunta in una forma molto lieve. Considerando che il periodo a cui appartenne il reperto non dovrebbe aver conosciuto ancora una vasta distribuzione della malaria, la quale come si è detto dovette aspettare il più caldo neolitico per diffondersi lungo le coste del Mediterraneo, considerando anche l'unico caso trovato, che sui 42 reperti indagati costituisce una frequenza del 2%, ritengo che non si può davvero affermare che si trattasse di talassemia o tutt'al più Angel potrebbe aver avuto la fortuna di imbattersi in un caso isolato di mutazione talassemica che date le svantaggiose condizioni ambientali è stato presto eliminato dalla selezione naturale.
Per studiare il periodo neolitico Angel si spostò in Turchia presso Catal Huyuk, un vasto insediamento neolitico sito ad un'altitudine di 900 metri e perciò relativamente poco colpito dalla malaria che in quell'epoca si era diffusa lungo le coste del Mediterraneo.
Dalla Turchia si trasferì in Macedonia a Nea Nikomedeia, zona che trovandosi nella fascia costiera era molto acquitrinosa e quindi particolarmente colpita dalla malaria. Un terzo studio venne fatto a Cipro a Khirokitia, villaggio situato in una valle asciutta sulle colline della parte del centro-Sud dell'isola.
I dati di questi tre rilevamenti sono molto diversi tra loro, mantenendo però la comune caratteristica di presentare percentuali di iperostosi molto più alte di quelle rilevate nel periodo precedente. In Turchia i reperti appartenenti ad adulti colpiti dalla mutazione ossea sono circa il 50% contro il 60% in Macedonia e il 9% a Cipro. Questi dati, qualora fossero realmente tutti riconducibili a casi di talassemia, mostrerebbero quindi quale grande diffusione avesse la talassemia in quel lontano periodo, periodo che fu contraddistinto dall'arrivo della malaria sulle coste del Mediterraneo. Tale periodo può, perciò, essere probabilmente considerato come epoca di origine della talassemia. La grande discordanza nelle percentuali riguardanti i tre studi portati ad esempio, è una prova che l'iperostosi porotica è realmente legata alla talassemia. Infatti le percentuali sono più alte quando si tratta di zone paludose quindi più soggette alla malaria e perciò più favorevoli alla diffusione della talassemia, mentre la frequenza dell'iperostosi porotica si abbassa in siti meno colpiti dalla malaria in quando posti in luoghi più asciutti ed elevati.
Prima di proseguire nell'analisi delle ricerche condotte da Angel nelle epoche sucessive, conviene ora soffermarsi a ricostruire le vicende della diffusione della malaria nella penisola greca.
La Grecia fu probabilmente una delle prime regioni del mediterraneo a rimanere colpita dalla malaria. Basti pensare che una descrizione di questa malattia ci è stata lasciata da Omero, il quale nell'Iliade, nel capitolo XXII, paragona l'eroico Achille, vendicatore della morte di Patroclo, a "Sirio, il portatore delle febbri, la stella malvagia [...] che domina il cielo notturno nei mesi della mietitura".
Nella storia dell'antica Grecia è poi scritto che Solone, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C., ordinò ai suoi cittadini di costruire grandi opere di bonifica nelle campagne circondanti Atene al fine di ridurre il pericolo malarico.
Sembra in ogni caso che la malaria giunse in Grecia già durante il Mesolitico e, studi di paleontologia condotti da J. L. Angel, mostrano come la malattia fosse ormai grandemente diffusa in varie zone della Grecia durante i primi secoli del Neolitico.
La diffusione della malaria conobbe durante il neolitico fasi alterne, probabilmente causate da mutazioni climatiche. L'introduzione dell'agricoltura, che in Grecia avvenne nel corso del VIII secolo a.C., contribuì sicuramente a diffondere ancor più la malattia. Bisogna tuttavia dire che prima dell'epoca classica la malaria non sembra che fosse considerata un serio pericolo, questo dato è deducibile dal fatto che le maggiori città dell'antichità si trovavano in zone a rischio di malaria e che le fonti scritte dell'epoca non sembrano dare grande importanza alla malattia al contrario di quanto faranno in seguito.
Secondo Jones, la malaria fu introdotta in Grecia durante l'epoca classica e non prima di allora e da quel momento fu il fattore che provocò il declino della civiltà ellenica. Queste considerazioni sono fin troppo estreme. L'ipotesi più probabile è che la malaria, presente come si è detto durante la preistoria, fu reintrodotta, dopo un periodo di assenza, durante l'epoca classica a partire dal V secolo a.C.. Ancor più criticabile è la tesi secondo cui la malaria fu la causa del declino della civilta ellenistica, probabilmente fu esattamente il contrario e cioè, fu la crisi di quella società che portando all'abbandono delle campagne provocò una recrudescenza della malaria. Questa poi innescò un meccanismo a catena che sicuramente contribuì allo spopolamento e all'impoverimento dell'agricoltura.
Nell'antica Grecia le febbri malariche venivano descritte con il termine pyretos, fra gli autori che ne fecero uso nelle proprie opere vanno ricordati Aristofane, Aristotele, Platone, Sofocle e Ippocrate il quale, grazie alla precisione delle sue descrizioni, ci toglie ogni dubbio che si trattasse di malaria. Ippocrate descrive la malaria nel libro chiamato Epidemie e le febbri da lui descritte possono essere facilmente identificate come terzana e quartana, causate dal Plasmodium vivax e dal Plasmodium falciparum. La seconda specie si diffuse probabilmente più tardi rispetto alla prima in quanto dovette aspettare un adeguato sviluppo nella taglia della specie umana.
Coi secoli la malaria si diffuse sempre più fra la popolazione della Grecia, raggiungendo forse il suo culmine all'inizio dell'era Cristiana. Di certo quando le legioni romane invasero la Grecia non incontrarono la resistenza che questo fiero popolo aveva offerto alle invasioni persiane. In seguito, durante l'epoca bizantina la situazione migliorò almeno fino a quando, con la dominazione turca, la Grecia non conobbe un nuovo periodo di massima diffusione della malaria, periodo che si protrasse fino all'età contemporanea.
Se dunque nel Neolitico l'iperostosi porotica aveva raggiunto frequenze assai elevate, coll'avvento dell'età del bronzo queste frequenze iniziarono a diminuire.
Per studiare questa età Angel fece delle ricerche a Kephala un antico villaggio situato su di un promontorio roccioso dell'isola greca di Kea dove solo il 7% degli adulti presentava forme lievi e dove il 10% dei soggetti più giovani recava forme più gravi.
Angel studiò poi i reperti ossei rinvenuti presso Karatas, una zona fertile vicino ad un lago e attraversata da vari corsi d'acqua che forse a causa di una maggior presenza della malaria presenta percentuali lievemente superiori al sito precedente; a Karatas sono infatti colpiti da ipertrofia porotica il 10 % degli adulti mentre non ne sono state rinvenute tracce presso i soggetti più giovani.
A Corinto la malaria era certamente molto diffusa ed infatti analizzando i reperti ossei rinvenuti in questo sito e appartenenti sempre all'età del bronzo e per la precisione al 2.500 a.C., Angel trovò che ben il 36% degli adulti era colpito da una forma lieve di iperostosi porotica e fra i soggetti più giovani, di cui furono esaminati però solo 7 casi, il 29% porta segni di una forma grave e la stessa percentuale reca tracce di una forma più lieve.
Angel fece poi degli studi presso Lerna un villaggio del 1.800 a.C. in Argolide. In questo luogo le percentuali sono più basse rispetto a Corinto, abbiamo infatti il 15% di forme lievi di iperostosi e il 7% di forme più gravi rinvenute per lo più presso soggetti giovani.
L'ultimo sito appartenente all'età del bronzo a essere stato studiato da Angel fu Bamboula, nella zona Sud-orientale di Cipro. I reperti, risalenti al 1.400 a.C., mostrano come l'incidenza dell'iperostosi porotica sia ulteriormente diminuita. Fra gli adulti solo il 6% reca lievi tracce di alterazioni ossee mentre fra i giovani la percentuale sale notevolmente essendo infatti gravi mutazioni presenti nel 31% dei soggetti esaminati.
Questi dati, basati su un periodo che va dal 3.000 a.C. degli scavi di Kephala al 1.400 a.C. degli scavi di Bamboula, mostrano come tale periodo sia caratterizzato da una forte diminuzione della presenza della talassemia rispetto all'età neolitica precedentemente presa in considerazione. Questa diminuzione è certamente stata provocata da un miglioramento delle tecniche agrarie e delle condizioni di vita delle popolazioni che hanno permesso di ridurre il pericolo della malaria rendendo il vantaggio determinato dalla condizione eterozigote della talassemia un fattore meno importante.
Nell'età del ferro la presenza della talassemia è ancora in diminuzione ed infatti nel 650 a.C. solo il 6% della popolazione presenta tracce di iperostosi porotica.
Durante il periodo classico, grazie all'alto sviluppo raggiunto dalla civiltà greca viene raggiunto il minimo storico nella presenza della talassemia, tracce di iperostosi porotica sono infatti state trovate in solo il 5% degli scheletri appartenenti a questo periodo.
Dopo questo periodo la tendenza si invertì e probabilmente a causa della recrudescenza della malaria le percentuali di soggetti talassemici tornarono a crescere.
Nel periodo ellenistico i soggetti portatori di talassemia eterozigoti erano già saliti al 10%, durante il periodo romano essi raggiunsero il 24%, nel periodo bizantino essi erano il 12%, sotto l'occupazione turca tornarono a salire raggiungendo il picco del 45% e nel secolo scorso secondo Angel furono il 37%.
In definitiva gli studi condotti da Angel nei paesi del mediterraneo ci permettono di concludere che probabilmente la mutazione genetica originaria della talassemia avvenne tra il Mesolitico e il Neolitico, ciò in base al fatto che i primi dati di un certo rilievo risalgono agli scavi condotti in Turchia a Catal Huyuk, villaggio che risale al 6.500 a.C.. Da questo periodo in poi la talassemia rimase sempre presente lungo le coste del Mediterraneo variando in percentuale a secondo dell'incidenza del fattore malarico nei vari periodi della storia.
6. La malaria in Italia
L'ipotesi più affermata è che in Italia la malaria fu introdotta tra il VII e il VI secolo a.C. da popolazioni marinaresche dell'Asia Minore.
Fu propio in questo periodo che popolazioni quali i Fenici e i Lidi, approfittando di progressi nautici quali l'uso della vela a sussidio della propulsione a remi, l'adozione dell'ancora e l'aumento della stazza delle navi, iniziarono a intrattenere frequenti rapporti commerciali con le popolazioni italiche.
E' perciò probabile che queste popolazione asiatiche che erano già da millenni colpite dalla malaria potessero in quel periodo aver portato la malattia sulle coste italiane. A confermare questa ipotesi vi è il fatto che proprio in coincidenza dell'instaurarsi di tali rapporti commerciali iniziò la decadenza di molte popolazioni italiche senza che venissero coinvolte in guerre o in cataclismi.
Prima a decadere fu la civiltà nuragica in Sardegna, seguita dalla importante città siciliana di Selinunte, da Poseidonia in Campania, da Adria e Spina alle foci del Po.
Anche per spiegare i motivi della crisi della civiltà etrusca è stato sostenuto da alcuni storici che questa possa essere stata causata proprio dalla malaria.
Riflettendo su questi dati sembra di poter sostenere che la storia dell'Italia, soprattutto meridionale sia stata la storia della malaria.
In ogni caso la malaria non fu, all'inizio della storia di Roma, un fenomeno particolarmente grave ed era probabilmente limitata a poche zone. Cicerone afferma infatti che Roma venne edificata sopra un colle "fontibus abundantem et in pestilenti regione salubrem" e in effetti nell'antichità Roma non fu mai colpita dalla malaria grazie anche alle opere di drenaggio di cui furono prodighi costruttori i romani e agli imponenti acquedotti da questi costruiti.
Una importante presenza malarica in Italia avrebbe altresì impoverito il patrimonio umano della Penisola e reso pericoloso un suo attraversamento. Le Guerre Puniche sembrano essere state fatte apposta per dimostrare che tali condizioni non sussistevano.
In quell'occasione infatti gli eserciti cartaginesi e le legioni romane apparivano alimentate da inesauribili riserve umane e non sembravano aver incontrato grossi problemi nel combattersi e inseguirsi per tutta l'Italia.
Alcune delle regioni che fin dal V secolo a.C. risultano essere infestate dalla malaria sono sicuramente l'Agro Romano e il territorio Pontino.
Al contrario una regione che non ha mai conosciuto la malaria è stata la Valle dell'Arno e fu questa la ragione per cui in questa zona nacquero moltissimi nuclei abitativi. La salubrità di questa valle sembrerebbe in contrasto con il suo regime idrico contraddistinto dalle frequenti inondazioni dell'Arno, in quei tempi non arginato, la spiegazione può essere allora cercata nel fatto che in quella zona non era presente la zanzara Anopheles, l'indispensabile vettore della malaria.
Col passare dei secoli la malaria sembra aumentare di importanza e se le prime descrizioni di febbri intermittenti risalgono al periodo della Repubblica, in seguito si vanno facendo sempre più diffuse fra gli autori latini; fra questi ricordiamo Orazio, Marziale, Tacito e altri.
Durante l'Impero il problema della malaria divenne probabilmente sempre più sentito, tant'è vero che sul colle Palatino venne eretto un tempio dedicato alla dea Febris Magna e anche nei trattati di architettura si incominciarono a tenere ben presenti i problemi causati dalla malattia.
Risale al 37 a.C. un significativo trattato di architettura scritto da Marco Terenzio Varro in cui è ben spiegata la necessità di costruire insediamenti umani in posizioni elevate.
Di questo trattato riporto qui di seguito alcuni passi:
Precauzioni devono essere prese nelle vicinanze di paludi... perchè esse producono talune creature (animalia quaedam minuta) che non possono essere viste dagli occhi e che passano dall'aria nel corpo attraverso la bocca e le narici e causano gravi malattie.
"Cosa posso fare - chiede Fundanius - per prevenire le malattie se eredito una casa colonica di quel tipo?" "Ciò che posso rispondere - disse Agrius - è vendi quella villa al prezzo più alto, o se non puoi abbandonala". Scrofa allora replicò: "Guarda che la villa non sia nella direzione da cui soffiano i venti infetti e che non sia costruita in una conca ma piuttosto in posizione elevata, perchè un luogo ben ventilato è più facilmente pulibile se qualche cosa di dannoso è portato dentro. In ogni caso deve essere esposta al Sole perchè le bestiole muoiono velocemente senza umidità".
A leggere queste righe si rimane certamente colpiti dal fatto che Varro sembra avere intuito la natura microbica della infezione malarica.
Con l'inizio dell'era Cristiana abbiamo nuove descrizioni di febbri malariche, quali quelle forniteci nel I secolo d.C. da Cornelio Celsio nel trattato De Medicina.
In ogni caso in questo periodo vi fu una decisa diminuzione della diffusione della malaria, certamente arginata dalle opere di bonifica e dall'alto grado di civiltà raggiunto dall'Impero Romano.
Purtroppo le invasioni barbariche provocarono una recrudescenza del fenomeno malarico. Ciò fu dovuto alla drastica diminuzione della popolazione che portò all'abbandono dei campi coltivati che tornarono a essere presto l'habitat ideale per la proliferazione della zanzara Anopheles.
Gli stessi invasori barbarici dovettero ben presto fare le spese con il danno da loro stessi arrecato. Alarico, re dei Visigoti, poco tempo dopo aver conquistato Roma nel 410 morì a causa delle febbri malariche.
Pochi anni dopo, nel 455, Roma cadde nuovamente in mano a popolazioni barbariche, questa volta si trattava dei Vandali di Genserico i quali furono però costretti ad abbandonare l'Urbe probabilmente perchè afflitti dalla malaria.
Nel 536 iniziò per l'Italia un ventennio terribile, caratterizzato dalla guerra greco-gotica che provocò carestie, epidemie, abbandono delle campagne, crisi demografiche e sicuramente un forte inasprirsi del fenomeno malarico. Durante il lungo periodo del medioevo le notizie sulla malaria vanno diventando sempre più sporadiche e imprecise tanto che le poche descrizioni delle varie febbri che colpirono l'Italia in quel periodo non aiutano a capire con sicurezza se si trattasse di malaria. Certamente la malaria dovette rimanere ben presente nella nostra penisola per tutti questi secoli bui visto che nella seconda metà del primo millennio si ha notizia di alcuni Papi e di alti clerici morti a causa della malattia.
La storia ci viene in aiuto nel mostrarci i terribili danni che le febbri malariche continuavano ad arrecare nel nostro paese.
Nel 964 le armate dell'imperatore Ottone I furono decimate dalla malaria, la quale colpì anche due suoi figli provocandone in un caso il decesso.
Nel 1022 fu il turno delle armate di Enrico II, fra le quali la malaria fece molte vittime.
Anche uno degli episodi più leggendari della storia d'Italia, la Battaglia di Legnano, combattuta nel 1176 fra la Lega Lombarda e l'imperatore Federico I potrebbe essere stato influenzato dalle conseguenze della malaria che decimò e abbattè nel morale le truppe del Barbarossa.
Se dunque la malaria colpì spesso le truppe straniere che attraversavano la nostra penisola quasi a fare le veci di quegli italici difensori che ormai quasi più non esistevano, negli anni a venire la malaria si rese colpevole anche della morte dei nostri grandi poeti: nel 1321 Dante Alighieri morì a Ravenna di malaria e la stessa sorte toccò nel 1374 a Francesco Petrarca.
Il XV secolo portò una rinascita in tutti i campi, la popolazione riprese a crescere, le condizioni di vita migliorarono, vi furono miglioramenti nell'agricoltura e i terreni lasciati per secoli in abbandono furono bonificati e coltivati, tutto ciò portò ad una decisa diminuzione della malaria che comunque non scomparì mai, basti ricordare che nel 1590 il Papa Sisto V morì di febbri malariche e la stessa sorte tocco solo un mese più tardi al suo successore Urbano VII.
Tragicamente funestato dalla malaria fu il Conclave del 1623 durante il quale morirono a causa della malattia 8 Cardinali e 30 loro segretari.
Prima di chiudere questo paragrafo sulle vicende della diffusione della malaria in Italia diamo uno sguardo su quanto avvenne in Sardegna.
Non è ben chiaro quando la malattia fece la sua comparsa sull'isola, sembra tuttavia che durante la fioritura della civiltà nuragica in epoca neolitica la malaria fosse assente o comunque non fosse considerata un grave problema. Ciò è deducibile dalla dislocazione dei circa 6.000 nuraghi giunti fino a noi. Essi sono infatti per lo più costruiti lungo il litorale e presso i guadi dei fiumi, luoghi che in caso di malaria sarebbero stati particolarmente pericolosi.
Questi luoghi vennero infatti abbandonati circa nel VII secolo a.C., quando il crollo della civiltà nuragica porto le genti sarde a rifugiarsi sulle alture, probabilmente non tanto per sfuggire a nemici invasori, quanto piuttosto per trovare rifugio dalla malaria che iniziò in quel periodo a diffondersi lungo le zone costiere.
E' probabile che, data la coincidenza fra l'instaurarsi di rapporti commerciali con le popolazioni fenice e l'arrivo massiccio della malaria sull'isola, siano stati proprio i navigatori fenici a portare l'infezione in Sardegna.
La presenza della malaria nell'isola era ben presente ai dominatori romani, esiste infatti uno scritto del geografo Strabo che nel 334 a.C. definisce la Sardegna insula morbosa.
Lo stesso Cicerone, il quale dovette patire la morte di suo fratello Quinto in Sardegna, parla della reputazione pestilenziale dell'isola.
La reputazione negativa dell'isola dovette certamente amplificarsi nel tempo, tanto è vero che sotto l'impero di Nerone, la Sardegna fu trasformata in luogo d'esilio, esilio che data la presenza tanto diffusa della malattia equivaleva quasi sempre ad una pena capitale.
Dal VI secolo d.C. in poi la Sardegna divenne terra di conquista e di occupazione. Sull'isola si susseguirono Bizantini, Saraceni, Spagnoli, contribuendo tutti al declino demografico e agricolo della Sardegna che divenne ancor più terra malarica.
7. Le origini della talassemia: l'ipotesi greca
Quando nel lontano 1932 i due studiosi americani Whipple Bradford ribattezzarono l'anemia di Cooley con il termine, da allora di uso comune, talassemia, era già chiaro agli studiosi come questa malattia fosse largamente diffusa lungo le coste del Mar Mediterraneo.
Ricerche condotte sulla popolazione mostrarono come la Grecia presentasse le più alte percentuali di soggetti talassemici nella popolazione, questi dati uniti alle ricerche paleopatologiche condotte da Angel in quel paese fecero nascere in molti studiosi, fra i quali vanno ricordati gli italiani Silvestroni e Bianco, l'idea che la mutazione originaria della talassemia possa essere avvenuta propio in Grecia e da qui essersi diffusa in tutte le altre regioni oggi colpite dalla malattia.
Oltre alle ricerche di Angel esistono poi ulteriori prove della presenza del gene talassemico nell'antica Grecia, prove che sono di origine letteraria e artistica.
Ad esempio in alcune parti del Corpus Hippocraticum in cui pare di scorgere, come vedremo nel capitolo sucessivo, descrizioni di pazienti talassemici, esistono inoltre, alcune statuette di epoca ellenistica, conservate al Museo del Louvre che sembrano raffigurare bambini talassemici. Ecco come ne parla Grmek: "abbiamo avuto la piacevole sorpresa di trovare parecchie teste di bambini con fisionomia mongoloide, recanti alcune stigmati della talassemia. Sette statuette di questo tipo provengono da Smirne, una è stata trovata a Troia. Queste teste col viso gonfio e l'arcata zigomatica ipertrofica, con protuberanze simmetriche sulle parti frontoparietali del cranio e la base del naso sfondata, somigliano in maniera davvero straordinaria a quelle dei bambini talassemici omozigoti della Grecia e della Turchia attuali".
Tutti questi dati stavano a dimostrare che la talassemia era presente in Grecia fin dall'antichità. Rimaneva quindi da spiegare come e quando questa malattia era arrivata in tutti quei luoghi della terra in cui oggi è presente. Fra questi luoghi ricordiamo qui sommariamente: la zona mediterranea, dove è presente in Italia, Sicilia, Sardegna, Corsica, Malta, Cipro, Turchia, Israele, Egitto, Tunisia, isole Baleari, Dalmazia, Macedonia, oltre che in Grecia; fuori dal Mediterraneo, sposandosi verso Est è presente in Arabia e fin lungo le coste del Mar Caspio, toccando paesi come l'Iraq, l'Iran la Georgia e l'Azerbaidjan; proseguendo verso oriente la talassemia è presente in Pakistan e in India, nel Bengala e nello Sri Lanka, proseguendo nel nostro viaggio verso oriente la possiamo trovare anche in Birmania, Cambogia, Vietnam, Laos, Thailandia e Indonesia.
Per spiegare come e quando la talassemia sia arrivata nel nostro paese i sostenitori dell'idea che questa fosse di origine greca, partirono dall'osservare in quali zone dell'Italia la talassemia è più frequente.
La talassemia non è infatti distribuita in modo uniforme in tutto il territorio del nostro paese, essa è infatti presente con maggior frequenza in ben determinate aree.
Dai dati raccolti in tante indagini sul territorio fra le quali vanno sempre ricordate quelle fatte da Silvestroni e Bianco, risulta che la talassemia è presente soprattutto in Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia e nella zona del Delta del Po nelle province di Rovigo, Ferrara, Ravenna.
Qui di seguito riporto una tabella sulla frequenza della talassemia risalente al dopo guerra, prima che l'emigrazione verso i grandi centri industriali del Nord Italia facesse aumentare la percentuale in città quali Torino e Milano.
|
Torino |
0,93% |
|
Milano |
1,39% |
|
Genova |
1,55% |
|
Padova |
2,03% |
|
Rovigo |
9,73% |
|
Ferrara |
7,39% |
|
Ferrara e Prov. |
12,70% |
|
Bologna |
0,87% |
|
Ravenna |
3,70% |
|
Firenze |
0,47% |
|
Ancona |
1,65% |
|
Roma |
1,64% |
|
Napoli |
1,75% |
|
Torre Annunz. |
2,77% |
|
Napoli e Prov. |
2,03% |
|
Lecce |
6,25% |
|
Lecce e Prov. |
5,32% |
|
Reggio C. e Prov. |
3,50% |
|
Messina |
2,86% |
|
Catania |
3,64% |
|
Catania e Prov. |
4,10% |
|
Siracusa |
4,25% |
|
Siracusa e Prov. |
5,04% |
|
Caltanissetta |
2,79% |
|
Caltanissetta e Prov. |
3,90% |
|
Agrigento |
7,61% |
|
Agrigento e Prov. |
6,29% |
|
Palermo |
4,42% |
|
Palermo e Prov. |
4,27% |
Mediante ricerche genealogiche sulla popolazione è stato poi notato che le persone colpite dalla talassemia residenti in zone al di fuori di quelle a più alta frequenza talassemica sono per la gran parte di origine meridionale o insulare. La talassemia appare quindi ancor più circoscritta a ben determinate zone.
Andando poi ad analizzare più da vicino le regioni a più alta percentuale di talassemici si nota che le zone più colpite sono quelle della fascia costiere e quelle immediatamente a ridosso. All'interno invece la frequenza della talassemia è decisamente minore.
Ora noi sappiamo che propio le zone più vicino alla costa erano nel passato anche le zone in cui maggiormente la malaria era perniciosa ed infatti le zone con più alta frequenza talassemica sono sovrapponibili a quelle in cui era presente la malaria, eccetto poche eccezioni quale ad esempio il Lazio, zona malarica ma non talassemica.
Silvestroni e Bianco hanno però cercato qualche altra caratteristica comune che avesse potuto legare storicamente tante zone dell'Italia apparentemente lontane tra loro come ad esempio la Sicilia e il Ferrarese.
Ebbene, in effetti in epoca preromana esistettero realmente forti legami fra queste terre, essendo state tutte parte della Magna Grecia, cioè di quell'insieme di fiorenti colonie greche che si svilupparono in Italia fra l'VIII e il VI secolo a.C..
Queste colonie sorte lungo le coste dell'Italia meridionale e lungo le coste della Sicilia, grazie agli stretti legami con la madre patria, ebbero naturalmente modo di importare dalla Grecia la talassemia che, grazie alla presenza della malaria, trovò nelle nuove colonie un ambiente favorevole alla sua diffusione.
All'ipotesi avanzata da Silvestroni e Bianco, circa cioè una introduzione della talassemia in Italia da parte di coloni provenienti dalla Grecia, che sarebbe avvenuta a partire dal loro arrivo sulle nostre coste attorno al VIII secolo a.C., si potrebbe opporre il controverso ritrovamento fatto da Graziosi, durante scavi eseguiti nella grotta di S. Teodoro presso Messina di alcuni crani appartenenti al Paleolitico superiore che secondo una successiva analisi condotta sugli stessi da Ignazio Gatto (1948) risulterebbero colpiti da ipertrofia porotica. Questa diagnosi fu però criticata nel 1973 da Antonio Ascenzi secondo il quale data anche l'età del soggetto non poteva trattarsi di iperostosi porotica causata dalla talassemia ma piuttosto si trattava di una conformazione senile.
Inoltre, il fatto che l'epoca a cui appartiene il ritrovamento sia anteriore a quella in cui arrivò la malaria in Sicilia fa ritenere a maggior ragione che non si tratti di un caso di talassemia.
Se dunque la talassemia giunse nella Magna Grecia portata dai Greci la stessa cosa dovrebbe essere successa per la Sardegna, isola che benché non fece parte del sistema di colonie greche in quanto sotto l'influenza fenicia, mantenne comunque, sempre nello stesso periodo, stretti legami con le popolazioni greche.
Intorno al VI secolo a.C. popolazioni greche, dopo aver colonizzato la Corsica, fondarono una base presso l'attuale Olbia.
In quel periodo la Sardegna, come abbiamo visto era probabilmente già infestata dalla malaria, anche se in misura minore di quanto invece lo sarà in seguito. Quindi la talassemia, grazie alla presenza della malaria sull'isola portatavi probabilmente dai Fenici nel secolo precedente, potrebbe essere stata introdotta da quelle antiche genti greche, oppure, ricordando la dominazione bizantina nel medioevo, la talassemia potrebbe essere stata introdotta ugualmente dai greci solo che con un millennio di ritardo rispetto alla Magna Grecia.
Per quel che riguarda il territorio del Delta Padano è noto che in epoca preromana fiorirono due importanti città, Spina e Adria.
Per quanto riguarda Spina si sa che la sua popolazione era costituita da un nucleo etrusco e da un nucleo greco. Il nucleo greco era probabilmente predominante sul primo come dimostrerebbe l'ingente materiale greco ritrovato durante gli scavi archeologici di Spina.
Per quanto concerne i contatti greci con Adria basterebbe ricordare che il mare Adriatico prese tale nome in quanto i greci lo derivarono dalla città di Adria. Se ciò non bastasse ci sono diverse testimonianze della presenza greca ad Adria, Giustino ne farebbe addirittura derivare la fondazione da un nucleo greco, in seguito, nel IV secolo a.C., la città venne conquistata da Siracusa ad opera di Filisto Siracusano durante la fase di espansione di Dionisio il Tiranno.
Appare perciò certa la presenza greca in quello che è oggi il territorio ferrarese, presenza che secondo la teoria di Silvestroni e Bianco spiegherebbe l'esistenza in cosi alte cifre percentuali della talassemia nella zona.
Per dar maggior valore all'ipotesi di una relazione fra antichi insediamenti greci e talassemia Silvestroni e Bianco fecero notare come la maggior presenza di talassemia nella zona del Delta Padano sia stata rilevata nella zona del comune di Codigoro, zona in cui si ritiene che nell'antichità passasse il ramo del Po che poi andava a sfociare nel mare nei pressi di Spina.
Le percentuali di talassemia riscontrate nella zona da Silvestroni e Bianco sono le seguenti:
|
Codigoro 15,60% |
Mezzogoro 14,90% |
|
Caprile 16,78% |
Pomposa 18,12% |
La zona di Codigoro sarebbe quindi stata, durante il periodo spinetico, in contatto con le popolazioni greche che colonizzarono Spina e mischiandosi con queste, ne avrebbero ereditato la talassemia.
A testimoniare la presenza della talassemia a Spina vi è stato anche il ritrovamento di reperti ossei, appartenuti appunto all'antica civiltà spinetica, fra i quali Enrico Benassi e Antonio Toti hanno trovato tracce di iperostosi porotica .
Dunque la talassemia potrebbe essere stata portata nella regione del Delta Padano da questi primi coloni greci. Li avrebbe poi potuto facilmente diffondersi grazie alla presenza della malaria.
La presenza della malaria in quei tempi sembra infatti probabile, tanto è vero che è stato ipotizzato che essa possa essere stata all'origine della decadenza di Adria e di Spina.
Durante l'Impero Romano, come é stato dimostrato da uno studio condotto da Cesare Menini , la zona del Delta Padano fu totalmente risanata, infatti non esistono fonti, appartenenti all'epoca romana, che facciano pensare che vi fosse presente la malaria. Al contrario lo storico Strabone nel I secolo d.C. parla a lungo della salubrità delle zone paludose nella fascia tra Ravenna e Aquileia e d'accordo con Vitruvio spiega tale salubrità con gli accorgimenti idraulici disposti dagli abitanti di quella zona che permettevano alle acque del mare e delle paludi di scambiarsi di continuo. A testimoniare che in epoca romana non fosse presente la malaria vi è anche la notizia che propio a motivo della grande salubrità della zona nei pressi di Ravenna era stata istituita una scuola per gladiatori.
Con la fine degli splendori dell'Impero romano e l'arrivo del medioevo a Ferrara giunse anche la malaria.
Le prime notizie della presenza della malattia sul territorio ferrarese risalgono al XIV e si riferiscono ai territori dell'Abbazia di Pomposa i cui monaci a partire da questo secolo videro ridurre la propria attività a causa degli insetti e delle febbri.
A testimoniare la presenza della malaria in questo periodo giunge anche la già ricordata morte di Dante Alighieri ucciso a Ravenna dalle febbri malariche.
Ad ogni modo la situazione non doveva essere ancora assai grave visto che le attività dell'Abbazia continuò fino alla fine del '400 e che nel XV e nel XVI secolo gli Estensi, signori di Ferrara, costruirono nella zona alcuni castelli, più come luoghi di delizia che per la difesa del territorio.
In ogni caso gli annalisti ferraresi non riportano alcuna notizia che possa fare pensare alla presenza di febbri provocate dalla malaria.
Questo potrebbe essere dipeso dal fatto che la malaria non era ancora molto diffusa oppure dal fatto che le cronache non si occupano mai dei fatti dei piccoli centri dispersi fra le lagune.
Per avere dati precisi sulla presenza della malaria nel ferrarese si dovette attendere fino al secolo scorso quando nel 1838 in un'opera di G. Barzellotti intitolata "Avvisi agli stranieri che amano viaggiare in Italia"
descrisse Ferrara come una città insalubre a causa di malattie epidemiche e di febbri periodiche; ancora più insalubre viene descritta Comacchio in cui in estate vi erano epidemie di febbri perniciose.Altre notizie sulla malaria ci vengono lasciate da Luigi Bosi, medico ferrarese, Docente universitario e Primario all'Arcispedale S.Anna. Bosi negli " Elementi di patologia umana" scritti nel 1845 ricorda come un tempo nel ferrarese regnassero le febbri malariche e osserva che nel tempo in cui scrive tali febbri si sono fatte meno frequenti e meno gravi.
La situazione sembra quindi andare migliorando. Infatti nel triennio 1877-1879, dai rilevamenti fatti presso le caserme di tutta Italia la guarnigione di Ferrara si piazza solo al 53° posto con una incidenza dei malati di malaria pari al 157,28 per mille contro una media nazionale del 127,14 per mille. Chioggia invece con una morbilità del 836 per mille è al terzo posto dopo Cosenza e Agrigento.
Anche nella "carta della malaria" del Torelli le linee ferroviarie Ferrara-Bologna e Rovigo-Chioggia sono indicate come zone in cui la malaria è grave ma non gravissima.
Agli inizi del '900, grazie al chinino la situazione migliora ulteriormente fino a quando nell'ultimo dopoguerra il D.D.T. ha definitivamente eradicato la malaria dal ferrarese.
Ferrara non fu però solo una zona ad alto rischio di malaria ma a vedere le statistiche è una delle province italiane con la più alta percentuale di talassemici.
La talassemia è infatti presente presso la popolazione ferrarese con una percentuale media del 10% con punte del 15% che occasionalmente raggiungono, come nel caso di Pomposa, il 22%.
Le zone che hanno la più alta percentuale di talassemia sono quelle lungo la costa al di là delle grandi zone paludose; queste stesse zone sono anche quelle che hanno presentato nel passato la più alta percentuale di incidenza malarica, con punte che arrivavano al 60% di popolazione colpita.
Appare quindi chiaro lo stretto rapporto che vi è fra queste due malattie.
Tale rapporto è iniziato molto indietro negli anni: basti pensare che presso Spina, la cui fine, si è ipotizzato, potrebbe essere stata causata dalla malaria, sono stati trovati resti scheletrici che presentano delle alterazioni ossee tipiche dei malati di talassemia e che quindi potrebbero provare la presenza della talassemia nel ferrarese fin da quegli antichi tempi. Bisogna però dire che recenti studi genetici sembrano avere dimostrato il fatto che i mutamenti genetici che hanno provocato la talassemia sembrano essere avvenuti per quanto riguarda il ferrarese non più di 70-80 generazioni fa.
Di sicuro la talassemia era presente a Ferrara il secolo scorso, il Bosi infatti nell'osservare l'idrocefalo nei bambini, a differenza dei suoi colleghi che lo credono causato dalla malaria, ci dice che "qui da noi non è rarissimo questo morbo: lo vedemmo nei neonati, lo vedemmo congenito o ereditario; lo vedemmo a gradi diversi... Ma tranne i casi di idrocefalo congenito od ereditario, negli altri non colpì che bambini per difetto ed anomalia della progressiva evoluzione organica... E' anche un morbo che sulle prime si fa addirittura manifesto, e presto, sebbene a grado a grado, raggiunge l'ultimo suo termine.
Data la rarità dell'idrocefalo è lecito ritenere che le anomalie craniche tanto frequentemente osservate dal Bosi fossero dovute alla talassemia che, se non curata, provoca la caratteristica facies mongoloide.
Bosi aveva quindi visto giusto quando aveva detto che quell'alterazione ossea non era dovuta alla malaria ma avrebbe dovuto aspettare altri 50 anni per capire che la causa del male era la talassemia; non lo fece lui ma lo fecero fra gli altri alcuni suoi colleghi ferraresi, un nome su tutti Ferdinando Rietti.
In ogni caso le prime notizie su un ritorno della malaria nel ferrarese ricompaiono solo nel XIV secolo d.C., ciò significa che per circa 1.300 anni la malaria non dovette quindi essere presente nel territorio ferrarese.
In tal periodo, venendo meno i vantaggi offerti dalla talassemia in presenza della malaria, la frequenza della presenza della malattia nella popolazione conobbe di certo una forte diminuzione. Considerando però che, dopo la scomparsa della malaria, ci vogliono circa cento generazioni affinché il difetto genetico della talassemia possa scomparire dalla popolazione, si può ritenere che la talassemia non scomparse mai dal territorio ferrarese.
Indagini genetiche hanno però dimostrato che la mutazione tipica della talassemia presente nel ferrarese non dovrebbe essere più vecchia di 70-80 generazioni. Si potrebbe a questo punto pensare che, mantenendo la teoria di una origine greca, una nuova ondata di talassemia sia arrivata in questa zona durante il medioevo, magari durante la dominazione bizantina o in seguito ai legami commerciali fra la Serenissima e le popolazioni greche e turche, teoria che è stata sostenuta anche da Valerio Chini.
Da quanto visto fino ad ora, per quanto riguarda l'Italia, risulta quindi possibile applicare la teoria di Silvestroni e Bianco che vuole la talassemia originaria della Grecia e da qui diffusasi in tutti gli altri paesi.
La talassemia non è però, come è stato visto, circoscritta all'Italia o comunque al bacino mediterraneo, ma è diffusa anche in vaste zone dell'Asia.
Analizzando queste zone dell'Asia si può osservare che spesso la talassemia è presente, come nel Mediterraneo, in zone costiere o comunque non lontane dal mare. Questo fatto è facilmente spiegabile ricordando che lungo le coste era più facile trovare la malaria un quindi un terreno favorevole alla diffusione della talassemia.
Secondo Silvestroni e Bianco ed anche altri autori, questo dato è anche significativo del fatto che il contagio di queste zone costiere dell'Asia deve essere avvenuto ad opera di popolazioni mediterranee, le quali fin dalle epoche più remote hanno avuto una forte propensione alla navigazione.
La talassemia non è però presente solo nelle zone costiere, perciò, per giustificare la sua presenza anche nell'entroterra i due ricercatori hanno ipotizzato che in queste zone la talassemia possa essere stata portata dall'esercito di Alessandro il Grande. Questa idea nasce dal fatto che l'estensione dell'Impero del grande Macedone ricalca le zone in cui è presente la talassemia.
Quando, dopo la morte di Alessandro il Grande il suo Impero si sfaldò rimasero comunque contatti tra le civiltà asiatiche e quelle mediterranee, basti ricordare che esistono documenti scritti cinesi che parlano di ambascerie dell'Impero romano nel 166 e nel 266 d.C., questi contatti avrebbero permesso un ulteriore scambio genetico fra popolazioni asiatiche ed europee, contribuendo a diffondere la talassemia nel continente asiatico.
8. Le origini della talassemia: la vallata sommersa
Esiste una seconda teoria che ritiene di potere indicare il Mediterraneo come la zona di origine della talassemia. Anche questa teoria, apparsa nel 1964 ad opera di Zaino, parte dall'osservazione che le zone di maggior frequenza della talassemia si trovano lungo le sponde del Mar Mediterraneo, principalmente in Grecia e Italia.
Gli sviluppi di Zaino sono però ben diversi da quelli di Silvestroni e Bianco, Zaino ritiene infatti che la talassemia possa essere nata in una vallata oggi sommersa che si trovava nel cuore del Mediterraneo a Sud dell'Italia e della Grecia. Questa teoria, che rievoca le immagini della leggendaria città perduta di Atlantide è sicuramente molto suggestiva ma forse fin troppo fantasiosa e meno concreta di quella di Silvestroni e Bianco.
Zaino, come si è detto parte dall'osservazione che la talassemia è presente in varie zone del Mediterraneo, dopo di che ricorda che la più antica testimonianza archeologica di un caso di iperostosi porotica è quella fatta da Gatto sui resti ossei scoperti da Graziosi nella grotta messinese di San Teodoro. Sebbene la diagnosi di talassemia sia quanto meno incerta Zaino usa questo dato come cardine della sua teoria, infatti questo primo caso di talassemia apparterrebbe alla prima grande civiltà paleolitica che si sviluppò in Europa circa 35.000 - 40.000 anni fa.
Questa civiltà è molto simile, a giudicare dai reperti archeologici, alle civiltà che contemporaneamente si svilupparono nel Nord Africa in paesi quali il Marocco, la Tunisia, l'Algeria, l'Egitto; in Asia in paesi quali la Palestina, la Mesopotamia, la Turchia, l'India. Tutti questi luoghi, già dal lontano Paleolitico, secondo Zaino, oltre ad essere accomunati dalla stessa civiltà avrebbero avuto in comune anche il diffondersi della talassemia.
La talassemia però, sempre secondo Zaino, sarebbe nata migliaia di anni prima rispetto a questa civiltà paleolitica, in una vallata che sorgeva nel centro del Mar Mediterraneo.
Durante il Pleistocene, un periodo che durò 2.000.000 di anni e si concluse 10.000 anni fa, si alternarono quattro epoche glaciali: Gunz, Mindel, Riss, Wurm. Durante queste glaciazione gran parte dell'acqua veniva assorbita dai ghiacci, provocando di conseguenza un abbassamento del livello dei mari.
In quel periodo il Mediterraneo era considerabile come un grande lago completamente circondato dalla terra così da rimanere isolato dall'oceano Atlantico.
Il Mediterraneo era inoltre attraversato da due lingue di terra che collegavano l'Europa all'Africa in corrispondenza di Gibilterra e della Sicilia.
Secondo Zaino queste terre, ed in particolare una valle affiorante dal mare a Sud della Grecia e dell'Italia, erano popolate dall'uomo già 70.000 - 60.000 anni fa ed erano infestate dalla malaria, fattore che permise la diffusione, circa 50.000 anni fa, della talassemia fra queste popolazioni.
In seguito dopo la fine dell'epoca glaciale il clima, facendosi più caldo, permise un innalzamento del livello delle acque, le quali sommersero le terre più basse dando al Mediterraneo l'aspetto che ha oggi.
In seguito a questi mutamenti geografici, le popolazioni che abitavano queste zone oggi sommerse furono costrette a migrare verso terre più alte e quindi al sicuro dall'espansione delle acque. In queste modo, queste popolazioni oltre alla comune civiltà, che come si è detto appare simile in Europa, Africa ed Asia, diffusero la talassemia in tutti i luoghi della terra in cui oggi è presente.
A differenza di quanto hanno fatto Silvestroni e Bianco, Zaino prende in considerazione anche il continente americano.
Ricordando infatti i tanti casi di iperostosi porotica identificati presso le civiltà dell'America precolombiana, Zaino spiega la presenza della talassemia in questo continente, che secondo lui potrebbe anche essere stata la causa della scomparsa del regno dei Maya, dicendo che questa sarebbe arrivata in America, attraverso lo stretto di Bering, circa 20.000 anni fa, portata dalle popolazioni asiatiche, alle quali a loro volta era giunta dalla sommersa vallata mediterranea.
A mio avviso esistono due punti deboli in tutta questa teoria, il primo riguarda il fatto che non esistono prove della presenza della talassemia nel Paleolitico, visto che l'unica descrizione di iperostosi porotica risalente a questo periodo è quella della grotta di San Teodoro che fra l'altro è stata molto contestata e che rimane in ogni caso un episodio isolato, insufficiente a dimostrare la presenza della talassemia in tempi così remoti.
Il secondo punto debole della teoria di Zaino è che essa fa nascere la talassemia 50.000 anni fa nel pieno di un periodo glaciale che, se permise il formarsi della vallata nel bel mezzo del Mar Mediterraneo di certo non avrebbe permesso la diffusione della malaria, la quale infatti dovette aspettare i più caldi tempi del Neolitico prima di diventare un problema per le civiltà mediterranee. In mancanza della malaria noi non conosciamo alcuna ragione per cui la talassemia avrebbe potuto diffondersi nel Mediterraneo così come in America.
Per quanto concerne l'arrivo della malaria in America esistono due opposte teorie.
La prima teoria è sostenuta da un gruppo di ricercatori composto da Carter, Netolitzky, Scott, Boyd, Jarcho e altri che in una serie di lavori compresi tra il 1931 e il 1964, hanno ritenuto di poter spiegare la presenza della malaria in America come importata nel continente dai conquistatori spagnoli dopo la scoperta di Colombo.
La malaria, secondo questa teoria, si sarebbe radicata inizialmente a Hispaniola e da questa isola avrebbe iniziato a diffondersi nelle circostanti per raggiungere infine il continente. La diffusione sarebbe stata resa possibile dalla presenza di zanzare Anopheles indigene.
La seconda teoria e appoggiata da un gruppo di ricercatori formato da Flores, Penna e Barbieri, Arcos, Paz-Soldan, Jaramillo-Arango, Hoeppli, Guerra ed altri autori che in lavori pubblicati fra il 1886 e il 1964 sostennero che la presenza della malaria nel Nuovo Continente era di gran lunga anteriore al 1492.
A confermare questa teoria ci sarebbe il fatto che i medici del popolo Incas sembra che conoscessero già la presenza delle febbri malariche.
Non va neanche scordato che furono probabilmente i disagi provocati dalla malaria a decretare la sfortuna dei primi tentativi di colonizzazione spagnola.
Se dunque la malaria è realmente arrivata in America prima di Cristoforo Colombo bisogna allora chiedersi come e quando ciò poté avvenire.
E' ormai accertato che tribù asiatiche attraversarono lo stretto di Bering dirette in America già nel tardo Pleistocene, circa 40.000 anni fa, approfittando del periodo glaciale per attraversare a piedi quello stretto, reso asciutto dall'enorme massa d'acqua imprigionata dalla calotta di ghiaccio.
La malaria avrebbe dunque potuto raggiungere l'America in quell'occasione ma ciò è da ritenersi piuttosto difficile in quanto, come sostiene Cockburn in un lavoro del 1967 è poco credibile che il vettore della malaria potesse sopravvivere a quelle fredde latitudini in un periodo storico caratterizzato dall'ultima glaciazione.
Inoltre abbiamo visto nel paragrafo precedente che la grande diffusione della malaria avvenne solo a partire dal Neolitico.
La malaria deve perciò essere giunta in America dopo tale periodo.
Bisogna anche tenere conto del fatto che la malaria è facilitata a diffondersi da un'economia agricola e da una società sedentaria, fattori che si svilupparono in America solo a partire dal 5.000 a.C. epoca in cui in America si instaurò un clima più caldo dell'odierno che durò fino al 2.000 a.C. e che fu chiamato Altitermale, clima che indubbiamente avrebbe potuto facilitare la diffusione della malattia.
La malaria potrebbe essere ad esempio giunta durante l'Età del Bronzo, periodo in cui è noto che vi furono viaggi di genti attraverso l'oceano Atlantico dalle coste del Mediterraneo Occidentale a quelle dell'America.
In seguito, attorno al 900 d.C. vi furono, secondo Jeffreys, frequenti contatti tra le popolazioni americane sia con mercanti arabi che con trafficanti di schiavi.
Le popolazioni americane non ebbero contatti con altri popoli solo attraverso l'oceano Atlantico ma similitudini culturali con popolazioni polinesiane dimostrano che anche l'oceano Pacifico servì a mantenere rapporti con altri popoli dai quali potrebbero avere ereditato in qualsiasi momento anche la malaria.
Per cercare di trarre profitto da entrambe le teorie fin qui viste, l'ipotesi più probabile è che il Plasmodium vivax e il Plasmodium malariae fossero presenti in alcune aree del Centro e del Sud America prima di Colombo, mentre il Plasmodium falciparum fu importato dagli spagnoli e dai loro schiavi neri. E' in ogni caso da escludersi, a confutazione di quanto aveva ipotizzato Zaino, che la malaria fosse giunta in America già 20.000 anni fà.
Rimaniamo quindi dell'idea, anche in base ai dati raccolti da Angel, che la talassemia si diffuse solo a partire dal Neolitico o al più dal Mesolitico. Inoòtre l'idea di Zaino circa l'origine della talassemia dalla vallata in mezzo al mare ritengo debba essere negata anche in virtù del fatto che tale vallata nel neolitico, in seguito allo scioglimento dei ghiacci era già sommersa.
9. Le origini della talassemia: l'ipotesi mongola
Esiste una terza teoria circa le origini e le modalità di diffusione della talassemia. questa teoria si differenzia totalmente dalle due analizzate fino ad ora in quanto, invece di partire dall'analisi dell'attuale distribuzione della talassemia, parte dall'osservazione che i malati di talassemia nella forma omozigotica presentano una fisionomia mongolica. Da questa osservazione, il pediatra greco Caminopetros per primo, ha ipotizzato che la talassemia potesse avere origini asiatiche.
Effettivamente le alterazioni della struttura ossea del cranio provocano una deformazione dell'aspetto del volto in senso "orientaleggiante".
Col tempo si escluse però che queste deformazioni della testa potessero essere attribuite all'appartenenza alla razza mongolica, ma si capì che esse erano causate dagli sviluppi della malattia.
Solo i talassemici non adeguatamente curati presentano infatti oggi questo aspetto; quando invece la malattia viene sottoposta ad adeguato trattamento, i tratti del volto sono quelli tipici della razza e della famiglia a cui il soggetto appartiene, così come lo sono sempre nei soggetti eterozigoti.
Davanti a questi dati di fatto da lui stesso ammessi, Caminopetros non si arrese, continuando a difendere la sua teoria sostenendo questa volta che i bambini talassemici avrebbero altri attributi razziali asiatici, quali l'occhio di tipo mongolico e una macchia blu nella regione sacrale. Attributi che, comunque, fino ad oggi nessuno studio ha confermato essere statisticamente associabili alla talassemia. Non risultano infatti studi che documentino la presenza di questo particolare taglio di occhi nel talassemico, mentre le macchie blu nella regione sacrale sono reperto frequentissimo nei primi mesi di vita propio nei bambini di razza bianca mentre, sebbene chiamate macchie mongoliche, non hanno nulla a che vedere con l'appartenenza a questa razza asiatica.
I presupposti da cui parte questa teoria appaiono perciò decisamente sbagliati e anche gli sviluppi con cui viene spiegata la diffusione della talassemia dall'Asia al Mediterraneo sono piuttosto carenti.
Secondo questa teoria la talassemia si sarebbe perciò sviluppata in Mongolia e da qui diffusa in tutta l'Asia circa cinque secoli prima di Cristo.
In Europa la talassemia sarebbe giunta nel V secolo d.C. portata dagli Unni di Attila, in seguito quando questo popolo si mise al servizio mercenario dell'impero di Bisanzio, gli Unni furono dispersi in tutti le guarnigioni del Mediterraneo contribuendo quindi a diffondere ulteriormente la malattia.
A riprova di questa teoria i suoi sostenitori portano il fatto che la l'odierna distribuzione della talassemia ricalca la carta della massima espansione dell'impero bizantino.
Per smontare tutta questa teoria non rimane che aggiungere che se la talassemia fosse arrivata nel Mediterraneo solo nel V secolo d.C. non si potrebbero spiegare tutte le prove archeologiche, artistiche e letterarie che testimoniano la presenza della talassemia nella zona del Mediterraneo a partire dal Neolitico. A tutti gli studi di Angel per il Mediterraneo orientale aggiungiamo ora la scoperta fatta da Gino Fornaciari e Francesco Malegni che presso Tarquinia, in territorio etrusco, hanno trovato inequivocabili segni di iperostosi porotica su due scheletri del III secolo a.C..
In oltre questa teoria, su un'origine asiatica della talassemia, ritiene che la mutazione originaria sia avvenuta in Mongolia, luogo da cui non risulta invece essere pervenuta alcuna segnalazione di casi di talassemia e che si trova nella zona dell'Asia più lievemente colpita da questa malattia. In base a questi dati è dunque difficile poter pensare che propio la Mongolia possa essere stata il luogo da cui la talassemia si diffuse nel Mondo.
Esiste in effetti un'altra teoria che vorrebbe identificare nell'Asia il luogo di origine della talassemia. Romer e Dorken, partendo da osservazioni da essi condotte su persiani ricoverati nella clinica medica di Amburgo, hanno ipotizzato infatti che la talassemia possa essere originaria del continente asiatico e che sia stata trasmessa alle genti europee grazie alle nozze di Susa, durante le quali diecimila soldati di Alessandro Magno sposarono altrettante donne persiane.
Questa teoria è sicuramente molto suggestiva ma decisamente debole ed indifendibile alla semplice obiezione, fatta anche all'ipotesi di Caminopetros, che nel bacino mediterraneo sono state riscontrate tracce di talassemia ben anteriori all'epoca alessandrina.
Caminopetrus non è stato l'unico a basare la propia teoria della nascita della talassemia dall'analisi della fisionomia dei malati di tale malattia.
Ignazio Gatto, al pari di Caminopetrus, partì dall'analisi delle caratteristiche ossee del viso dei malati di talassemia unendo però tale analisi all'osservazione dell'attuale distribuzione della malattia e alle tracce che essa ha lasciato nei secoli più remoti.
Secondo Gatto, Caminopetrus commette l'errore di scambiare quelle che sono alterazioni scheletriche proprie della malattia per caratteristiche tipiche di una razza umana. Gatto sembra dunque aver superato l'errore commesso da Caminopetrus, ma lo supera solo per poi caderci in seguito, quando sostiene che " La discussione può essere spostata e certamente con maggiore esattezza alla discussione di alcuni caratteri antropologici della faccia che si rinvengono nei familiari degli individui affetti da morbo di Cooley.
...da Ortolani è stato segnalato il fatto che nei genitori si rileva un particolare aspetto della faccia, in cui è evidente la sporgenza degli zigomi".
Dunque secondo Gatto l'aspetto che talora può avere il viso di portatori di talassemia è indice di appartenenza ad una ben preciso tipico etnico.
Tale tipo etnico viene individuato da Gatto in una razza da lui definita paleosicula, caratterizzata da " piccola statura con vari sintomi di scarso affinamento fra cui risaltano i pomelli alquanto pronunziati e che può considerarsi come un relitto di elementi arcaici insulari, preesistenti alla comparsa della razza mediterranea...di questo tipo paleosiculo a me pare che si possano ancora oggi individuare degli elementi in alcune zone del centro della Sicilia".
La talassemia sarebbe dunque, secondo Gatto, una caratteristica propia di questa antica razza siciliana, caratteristica che, al pari della sporgenza degli zigomi, sarebbe stata trasmessa fino ai nostri giorni.
Osservando poi la vasta estensione territoriale che ha oggi la talassemia, Gatto ritiene di poter escludere che possa essere dovuta a migrazioni di popolazioni avvenute in tempi relativamenti recenti. La talassemia doveva essere presente in un'epoca arcaica, precedente le prime grandi migrazioni che avrebbero popolato tutte le zone della Terra dove oggi si trova la talassemia.
Ciò, a suo modo di vedere, darebbe credito alla teoria di una razza paleosicula portatrice della tara genetica che, in tempi remoti, si sarebbe mischiata ad una più vasta razza mediterranea. Razza che attraverso le sucessive migrazioni avrebbe diffuso la talassemia in tutto il mondo. Gatto vorrebbe dunque rivendicare per la sua terra, la Sicila, il primato dell'origine della talassemia.
10. Le origini della talassemia: l'ipotesi multicentrica
Tutte le tre teorie fino ad ora prese in considerazione partivano dall'idea di voler spiegare la diffusione della talassemia nel mondo dando per scontato che questa dovesse aver avuto origine in un solo luogo della Terra e da qui essersi diffusa in tutti gli altri luoghi dove oggi è presente.
Grazie alle ricerche sul DNA compiute negli ultimi anni, è stato ora messo in luce come la talassemia non dipenda da un'unica mutazione, ma esistano molte varietà di mutazioni a carico del gene beta tutte aventi come espressioni clinica una sindrome talassemica.
In base a questa scoperta si può quindi pensare che la talassemia non abbia avuto un'unica origine, ma che la sua diffusione in così tante parti del Mondo sia dovuta non tanto o comunque non solo a flussi migratori, ma quanto a più mutazioni avvenute indipendentemente in varie parti del nostro pianeta.
Questa ipotesi è avvalorata dalla recente scoperta di un nuovo caso di mutazione a cui si è assistito direttamente.
Nel 1973, infatti , Tonz e i suoi collaboratori osservarono in una ragazza svizzera tutte le caratteristiche tipiche di una portatrice eterozigote di talassemia, confermate anche dall'esame del DNA, mentre i suoi genitori biologici, la sorella e il fratello sono del tutto normali.
Ciò dimostra che il nostro DNA non è statico ma è in continua evoluzione. Questa caratteristica, permettendoci di adattarci al meglio alle diverse situazioni ambientali, ha quindi favorito, in luoghi malarici, la diffusione della talassemia, originata quindi non da una sola ma da tante differenti mutazione del nostro patrimonio genetico.
In Italia sono state fino ad ora riscontrate più di 10 differenti difetti molecolari causa di talassemia.
Partendo dalla zona del Delta Padano, troviamo che qui il 96% delle talassemie sono beta e il 4% sono alfa, fra le beta talassemia sono presenti due sole varietà: la B
+ IVS-I nt 110 e la B° 39. Questa ridotta eterogeneità dei difetti talassemici del Delta Padano è probabilmente da ricercarsi nel grande isolamento in cui vissero per secoli queste popolazioni.Ancor più omogenea risulta essere la situazione in Sardegna. In questa regione le talassemie sono divise in egual misura fra alfa e beta. Fra le Beta talassemia, specie nella parte meridionale dell'Isola, la quasi totalità sono del tipo B°39.
Anche questo dato rispecchia un certo isolamento della popolazione sarda che presenta mutazioni che si possono trovare molto frequenti in Africa, nel caso delle alfa talassemie e in Spagna nel caso della talassemia B°39. Ciò dimostra i rapporti che la popolazione isolana ebbe nell'antichità con colonizzatori di origine africana quali fenici e poi cartaginesi e in tempi più moderni con i dominatori spagnoli.
Nel Lazio, dove la talassemia è presente in basse percentuali, vi è una grande eterogeneità nel tipo di difetto genetico. Nella regione sono infatti presenti 8 varietà di beta talassemia fra le quali predomina con il 40% dei casi la B°39; è inoltre presente, con il 10% dei casi l'Alfa talassemia. Questa grande eterogeneità, unita alla bassa frequenza della talassemia fra la popolazione del Lazio, lascia desumere che la malattia sia arrivata in questa regione solo in tempi recenti portatavi da persone emigrate dalle altre regioni d'Italia.
Anche in Puglia la situazione appare molto eterogenea, se infatti circa l'80% delle talassemie sono di tipo beta, queste sono poi divise in quattro distinte varietà: vi è infatti il 36% di B°39, il 17% di B
+ IVS-I nt 1, il 17% di B+ IVS-I nt 6 e il 29,5% di B+ IVS-I nt 110. Questi dati mostrano come la regione abbia subito l'influsso genetico di molte popolazioni, da quelle che si affacciano sul Mediterraneo Nord occidentale dove, come vedremo, predomina la varietà B° 39, a quelle di origine greca o comunque del Mediterraneo orientale dove è invece presente in maggioranza la varietà B+ 110. Ecco dunque che anche nelle varietà di talassemia, come in quelle artistiche vi si trova traccia del passaggio di tante genti, dai Greci, ai Bizantini, ai Saraceni, agli Spagnoli.La regione d'Italia in cui vi è la più grande eterogeneità e varietà nei difetti molecolari è senza dubbio la Sicilia dove la varietà B°39 ha una percentuale del 40,1% fra tutte le beta talassemia; la B
+ IVS-I nt 1 ha una frequenza del 5,5; la B+IVS-I nt 1 del 18,8, la B+ IVS-I nt 110 del 18,8; la B+ IVS-I nt 116 del 1,1; la B+ IVS-II nt 745 del 4%; e infine la Frameshift 6 del 2,2%; a queste vanno aggiunte altre varietà che insieme raggiungono il 6,2%. Come si vede la grande eterogeneità genetica di questa isola è perfetta testimone della storia della Sicilia.In Sicilia si incontrarono e si scontrarono popoli provenienti dai più diversi paesi. La Sicilia grazie infatti alla sua posizione nel centro del Mar Mediterraneo fu per millenni il crocevia di tanti popoli. Nell'Isola si possono trovare le tracce del passaggio e della dominazione di Fenici, Greci, Cartaginesi, Romani, Arabi, Normanni e Spagnoli. Ognuna di queste popolazioni ha lasciato segni della propria civiltà, della propria cultura e del proprio stile in una fusione unica e tipica dell'Isola.
Questa miscellanea di razze non ha però lasciato il proprio segno solo nell'enorme patrimonio artistico e culturale della Sicilia ma anche nel patrimonio genetico dei suoi attuali abitanti, i quali oltre a ereditare caratteristiche fisionomiche hanno purtroppo acquisito una grande varietà di malattie ereditarie.
Al fine di individuare la grande varietà di mutazioni emoglobiniche presenti nella popolazione siciliana il professor Schilirò ha condotto una serie di ricerche che hanno portato, tra il 1975 e il 1990, all'esame di 68.532 soggetti volontari.
I dati che sono emersi da queste ricerche mostrano la presenza sull'isola di 20 differenti tipi di mutazioni emoglobiniche, tutti accomunati dal fatto di essere causati da una mutazione del gene beta. a questa comunanza si discostano solo i rari casi di alfa talassemia che secondo Schilirò sono originari dell'Africa.
Sempre di origine africana dovrebbe essere l'Hb S, nota come drepanocitosi o anemia falciforme, che dalla ricerche di Schilirò risulta avere una presenza in Sicilia del 2,33%, toccando la punta più alta a Butera col 13%. L'Hb S ha una prevalenza nella zona Sud-orientale della Sicilia. Questo fatto ricollega la sua presenza in Sicilia alle colonie greche della Magna Grecia che ivi si insediarono ed esclude che possa invece essere stata portata dai Fenici in quanto questi si insediarono nella zona occidentale dell'Isola, zona che risulta colpita solo lievemente dalla drepanocitosi. Inoltre la Sardegna, antica colonia fenicia, non presenta casi di drepanocitosi.
La drepanocitosi, originaria della zona centro occidentale dell'Africa sarebbe arrivata nel Mediterraneo passando per l'Algeria, la Tunisia e l'Egitto e da qui, secondo Schilirò sarebbe giunta in Sicilia portatavi dai Greci o più tardi dagli Arabi. Considerando poi che l'Hb S è meno omogeneamente diffusa in Sicilia di quanto lo sia invece la talassemia si può pensare che sia dovuto al fatto che la prima essendo arrivata più tardi abbia avuto meno tempo per diffondersi.
Qui di seguito riporto una tabella riassuntiva della distribuzione delle varietà di beta talassemie presenti in Italia.
|
Delta Padano |
64,2% codone 39 C -T |
|
34,2% IVS-I nt 110 G -A |
|
|
0,6% altre |
|
|
Sardegna meridionale |
95,4% codone 39 C -T |
|
0,4% IVS-I nt 110 G -A |
|
|
0,4% IVS-II nt 745 C -G |
|
|
2,2% Frameshift 6 (-A) |
|
|
1,6% Altre |
|
|
Lazio |
4% -101 C -T |
|
3% -87C -G |
|
|
40% codone 39 C -T |
|
|
6% IVS-I nt 1 G -C |
|
|
13% IVS-I nt 6 T -C |
|
|
17% IVS-I nt 110 G -A |
|
|
3% IVS-II nt 1 G - (B°) |
|
|
8% IVS-II nt 745 C -G |
|
|
6% altre |
|
|
Puglia |
36,5% codone 39 C -T |
|
17% IVS-I nt 1 G -A |
|
|
17% IVS-I nt 6 T -C |
|
|
29,5% IVS-I nt 110 G -A |
|
|
Sicilia |
40,1% codone 39 C -T |
|
5,5% IVS-I nt 1 G -A |
|
|
18,8% IVS-I nt 6 T -C |
|
|
22,2% IVS-I nt 110 G -A |
|
|
1,1% IVS-I nt 116 T -G |
|
|
4,0% IVS-II nt 745 C -G |
|
|
2,2% frameshift |
|
|
6,2% altre |
Ampliando ora il nostro sguardo dalla sola Italia a tutto il bacino mediterraneo il dato che emerge più evidentemente è che nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo Nord-occidentale predomina la beta talassemia nella varietà B° 39 nei paesi del Mediterraneo Orientale è invece predominante la varietà B
+ 110.In Spagna la B° 39 ha una frequenza fra tutte le beta talassemie del 64% contro il solo 8,5% della B
+ 110, in Francia la B° 39 ha una frequenza del 41% contro il 27,5% della B+ 110, in Italia la B° 39 è presente fra le beta talassemie con una percentuale del 37% contro il 27% della B+ 110. Fino all'Italia dunque la B° 39 ha una prevalenza che man mano che ci si sposta da Est a Ovest è sempre più predominante; dai paesi dell'ex Jugoslavia, andando verso Est il predominio si inverte, nella ex Jugoslavia la B° 39 rappresenta solo il 3,5% del totale delle beta talassemie contro il 39,5% della B+ 110, in Grecia la B° 39 ha una frequenza del 17 % contro il 42,5% della B+ 110, in Turchia la B° 39 ha una frequenza del 4% mentre la B+ 110 è presente con una percentuale del 38,7%.Il quadro qui di seguito riportato della frequenza delle beta talassemie nei paesi mediterranei mostra immediatamente la grande varietà di mutazioni che sono all'origine delle talassemie.
|
Italia |
1% -87 C -G |
|
1% codone 6 -A |
|
|
37% codone 39 C -T |
|
|
10% IVS-I 1 G -C |
|
|
5% IVS-I 6 T -C |
|
|
27% IVS-I 110 G -A |
|
|
7% IVS-II 1 G -A |
|
|
5% IVS-II 745 C -G |
|
|
7% altre |
|
|
Grecia |
1,7% -87 C -G |
|
2,9% codone 6 A |
|
|
16,9% codone 39 C -T |
|
|
13,2% IVS-I 1 G -A |
|
|
7,2% IVS-I 6 T -C |
|
|
42,5% IVS-I 110 G -A |
|
|
2% IVS-II G -A |
|
|
6,9% IVS-II 745 C -G |
|
|
5,7% altre |
|
|
Spagna |
5% codone 6 - A |
|
64% codone 39 C -T |
|
|
3,6% IVS-I 1 G -A |
|
|
15,5% IVS-I 6 T -C |
|
|
8,5% IVS-I 110 G -A |
|
|
3,4% altre |
|
|
Francia Sud-orientale |
41,9% codone 39 C -T |
|
10,5% IVS-IG -A |
|
|
8,6% IVS-I 6 T -C |
|
|
27,5% IVS-I 110 G -A |
|
|
1 % IVS-II 1 G -A |
|
|
2,8% IVS-II 745 C -G |
|
|
9,5% altre |
|
|
Tunisia |
16% codone 6 A |
|
19% codone 39 C -T |
|
|
1,5% IVS-I G -A |
|
|
10,5% IVS-I 6 T -C |
|
|
7,5% IVS-I 110 G -A |
|
|
7,5% IVS-II 745 c -G |
|
|
38% altre |
|
|
Algeria |
17,9% codone 6 - A |
|
26% codone 39 C -T |
|
|
14,5% IVS-I 1 G -A |
|
|
3,5% IVS-I 6 T -C |
|
|
25,4% IVS-I 110 G -A |
|
|
12,7% altre |
|
|
Turchia |
0,6% -87 C -G |
|
3,6% -30 T -A |
|
|
0,6% -28 A -G |
|
|
1,2% codone 5 - CT |
|
|
0,3% codone 6 - A |
|
|
6,5% codone 8 - AA |
|
|
0,9% codoni 8-9 + G |
|
|
3,9% codone 39 C -T |
|
|
2,4% IVS-I 1 G -A |
|
|
18,1% IVS-I 6 T -C |
|
|
38,7% IVS-I 110 G -A |
|
|
11,9% IVS-II 1 G -A |
|
|
2,1% IVS-II 745 C -G |
|
|
9,2% altre |
|
|
Cipro (popolazione turca) |
1,5% codone 39 C -T |
|
11,7% IVS-I 1 G -A |
|
|
8,7% IVS-I 6 T -C |
|
|
69,9% IVS-I 110 G -a |
|
|
5,6% IVS-II 745 C -G |
|
|
2,6% altre |
|
|
Bulgaria |
3,9% -87 C -G |
|
4,7% codone 5 - CT |
|
|
4,7% codone 6 - A |
|
|
5,4% codone 8 - AA |
|
|
5,4% codoni 8-9 + G |
|
|
21,9% codone 39 C -T |
|
|
3,1% IVS-I 1 G -A |
|
|
10,2% IVS-I 6 T -C |
|
|
24,2% IVS-I 110 G -A |
|
|
1,6% IVS-II 1 G -A |
|
|
10,2% IVS-II 745 C -G |
|
|
4,7% altre |
|
|
ex Jugoslavia |
1,2% codone 6 - A |
|
3,5% codone 39 C -T |
|
|
9,3% IVS-I G -A |
|
|
29,1% IVS-I 6 T -C |
|
|
39,5% IVS-I 110 G -A |
|
|
1,2% IVS-II 745 C -G |
|
|
16,2% altre |
Oltre alle due varietà di mutazioni talassemiche di cui sopra detto bisogna ricordare che, come già visto nelle regioni Italiane, anche negli altri paesi del Mediterraneo esistono tante altre varietà di talassemia che rendono ancora più complesso volere cercare di ipotizzare la storia delle loro origini e della loro distribuzione.
L'unica cosa che si può dire è che la talassemia B°39 appare predominante nei paesi latini e quindi si potrebbe ipotizzare che possa essere stata diffusa durante l'Impero Romano. Prova potrebbe esserne il fatto che la regione in cui questa varietà è più diffusa è la Sardegna, isola che durante l'impero di Roma era uno dei posti più colpiti dalla malaria e quindi più adatta alla diffusione della talassemia.
Le talassemie B
+ 110 sembrano invece essere maggiormente diffuse in zone del mediterraneo in cui più a lungo si fece sentire la presenza islamica e dell'Impero ottomano. Ciò può far pensare che possa essere stata diffusa, in tempi più recenti rispetto alla precedente varietà,